MAIANO LAVACCHIO MAGLIANO IN TOSCANA 22.03.1944
(Grosseto - Toscana)
Descrizione
Località Maiano Lavacchio, Magliano in Toscana, Grosseto, Toscana
Data 22 marzo 1944
Matrice strage Nazifascista
Numero vittime 11
Numero vittime uomini 11
Numero vittime uomini adulti 11
Descrizione: In Maremma i bandi di reclutamento per l’esercito della RSI ebbero scarsi risultati. I fallimenti delle chiamate alle armi e l’espansione del movimento partigiano indussero i fascisti a inasprire la lotta: il 18 febbraio 1944 fu emanato il decreto di Mussolini che prevedeva la pena di morte per renitenti e disertori, mentre in Maremma, dove il capo della provincia Ercolani ordinò l’arresto dei familiari dei renitenti, si intensificarono i rastrellamenti condotti dalla 98. Legione GNR. Dodici giovani, nascostisi nell’isolata frazione collinare di Maiano Lavacchio, decisero di spostarsi nella macchia di Monte Bottigli per ragioni di sicurezza. Si trattava di renitenti alla leva e sbandati, ma tra di loro vi erano anche un perseguitato politico e un disertore tedesco. In seguito a una delazione, nella notte tra il 21 e il 22 marzo 1944, la colonna nazifascista composta da circa 140 uomini e guidata dal capitano Michele De Anna, comandante della squadra d’azione “Ettore Muti”, avviò il rastrellamento recandosi al podere “Ariosti” della famiglia Biagi, già visitato il 19 dall’agente di PS Lucio Raciti, il delatore ingaggiato dalle massime autorità locali per investigare sui partigiani e renitenti di Maiano Lavacchio. Dopo aver mangiato e bevuto, i rastrellatori si macchiarono di una serie di violenze, pestando i due fratelli Biagi, stracciando il diploma di ostetrica di Consilia Biagi, accusata di prestare assistenza agli individui alla macchia, sparando contro Palmira Biagi Guidoni (madre di Silvano), costretta a rinunciare al suo tentativo di fuga per avvisare i giovani di Monte Bottigli del pericolo imminente, e infine malmenando i due renitenti alla leva sardi ospitati dai Biagi, che furono costretti a indicare la via per le capanne. Parte dei militi non seguì la colonna ma accerchiò i poderi della zona per evitare che fallisse l’attacco a sorpresa, continuando a commettere violenze e ruberie. Giunti a Monte Bottigli verso le sei del mattino, i nazifascisti sorpresero nel sonno i giovani, che non opposero alcuna resistenza. Si salvò solo Günther Frielingsdorff, che riuscì a sfondare la parete della capanna e rimase illeso dai numerosi spari indirizzati contro di lui. Le capanne furono bruciate e i giovani, tra insulti, spintoni e minacce, furono incolonnati in fila indiana e costretti a caricarsi di coperte, materassi e altri beni nel tragitto verso l’“Appalto” di Maiano Lavacchio. Durante questo spostamento si verificarono altre perquisizioni, razzie nei poderi e ulteriori violenze. Al “Lavacchio” Monti e De Anna pestarono un garzone, al “Bonzalone” Ciabatti e altri due militi schiaffeggiarono Becucci, mentre pare che il giovanissimo Sbrilli sia stato fermato appena in tempo nel momento in cui stava per sparare a tre semplici operai dell’impresa di legnami Ciabatti. Nella scuola dell’ “Appalto” di Maiano Lavacchio si tenne il processo farsa, mentre furono allontanati tutti i civili giunti sul posto. Tra questi la madre di Corrado ed Emanuele Matteini, Dora Sandri, che fu insultata e spintonata dai fascisti mentre implorava pietà per i suoi figli. Dopo la fucilazione, i militi spogliarono i cadaveri di ogni bene e ripartirono trasportando sui carri tutti i beni razziati, tra macabri canti di giubilo. Giunti nei pressi del podere “Valderigo”, De Anna e Pucini malmenarono Giovanni Andreini, scambiato forse per un partigiano. Quest’ultimo fu colpito violentemente alla nuca, pestato brutalmente e lasciato a terra sanguinante. Due infermieri tedeschi gli porsero le prime cure e riuscirono a salvarlo. L’unico superstite fu il disertore tedesco, riuscito a fuggire durante il rastrellamento.
Col terrore preventivo, i fascisti miravano a ottenere il pieno controllo del territorio e a rompere la solidarietà tra le popolazioni rurali e gli individui alla macchia, ma questa strage, criticata perfino nell’ambiente fascista, suscitò una vasta indignazione popolare e sortì gli effetti opposti a quelli sperati, perché dalla primavera del 1944 si assistette all’insuccesso delle chiamate alla leva e al rafforzamento delle bande partigiane. I responsabili della strage furono giudicati nel “Processone” contro i fascisti repubblicani della provincia: la Sezione speciale della Corte d’Assise di Grosseto trattò il caso come forma di collaborazionismo politico e militare e ribadì l’esclusiva responsabilità italiana. Dopo la sentenza del 18 dicembre 1946, gran parte delle pene furono derubricate, condonate o amnistiate nei procedimenti successivi.
A tutte le undici vittime è stata riconosciuta la qualifica di partigiani del distaccamento Monte Bottigli della formazione di Grosseto, nonostante il fatto che tale banda sia stata formata solo il 4 aprile 1944, quindi successivamente alla strage di Maiano Lavacchio. Come ormai appurato, gli undici giovani non presero mai parte ad alcuna azione militare ed ebbero solo alcuni contatti con Angiolo Rossi e Pietro Verdi del Comitato Militare di Grosseto, infruttuosi per il passaggio alla lotta armata. Sul fronte antifascista, per lungo tempo, si è teso ad attribuire una maggior consistenza numerica al movimento di Liberazione, nonché a dare un più alto valore alla scelta della lotta armata rispetto ad altre forme di resistenza.
Modalità di uccisione: fucilazione
Violenze connesse: furto e-o saccheggio,sevizie-torture
Tipo di massacro: punitivo
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Estremi e note penali: Le prime indagini sulla strage di Maiano Lavacchio furono promosse dal CPLN. Gli esiti furono composti in 15 documenti, inviati dal presidente del CPLN Fabbrini al giudice istruttore presso il Tribunale di Grosseto (21 novembre 1944). Il giudizio sui vari rastrellamenti verificatisi in provincia fu accorpato in un unico processo, perché, come chiarito dall’Ufficio del PM presso la Sezione di Corte d’Assise di Grosseto il 23 ottobre 1945, «quando si eleva l’accusa di collaborazionismo a carico dei gerarchi, i fatti di collaborazionismo si rilevano essenzialmente in quei rastrellamenti feroci in cui trovarono la morte numerosi patrioti. […] Dalle copertine stesse dei processi relativi a quegli eccidi risulta che la maggior parte degli elementi direttivi ed esecutivi sono sempre stati gli stessi, come era inevitabile, e perciò non si può, anche per corrispondere alle norme di diritto sostanziale e processuale mantenere separati i singoli fatti e così giudicarli».
Nel giugno 1946 la Sezione speciale della Corte d’Assise di Grosseto chiuse la fase istruttoria e dette il via al “Processone” contro i fascisti repubblicani della provincia, così ribattezzato per la rilevanza dei fatti implicati, l’interesse generale suscitato e l’alto numero di testimoni e imputati. Quest’ultimi erano 87, di cui 48 detenuti e 21 latitanti. Effettivamente ne furono giudicati 59, perché 18 erano nel frattempo deceduti, mentre gli altri risultavano non più perseguibili per i benefici dell’amnistia.
La Sezione speciale della Corte di Assise di Grosseto imputò «a Ercolani Alceo, Barberini Ennio, Maestrini Angelo e Pucci Generoso, del delitto di collaborazione col tedesco invasore ai sensi dell’art. 5 D.L.L. 27/7/1944, n. 159, e Art. 1 RD.L. 22/4/1945, n. 149, in relazione agli articoli 51 e 58 C.P.M.G. allo scopo di favorire le operazioni militari e i disegni politici del nemico, per avere:
1. l’Ercolani, quale Capo della Provincia, il Barberini ed il Maestrini, quali ufficiali superiori rispettivamente comandante e vice comandante della 98. Legione GNR; ed il Pucci quale ufficiale superiore della GNR; e Triumviro della Federazione Fascista Repubblicana, disposto ed organizzato in provincia di Grosseto, dopo l’8 Settembre 1943, numerosi rastrellamenti di partigiani e di giovani inadempienti alla chiamata alle armi disposta dal governo fascista repubblicano e specialmente il rastrellamento di Monte Bottigli (Istia d’Ombrone) il 22 Marzo 1944 in occasione del quale furono catturati e quindi barbaramente fucilati 11 giovani […].
2. lo Scotti Liberale, per avere, quale Vice Questore di Grosseto, organizzato e diretto l’ufficio politico della Provincia, coordinato sia l’opera di propaganda sia l’attività tendente ad ottenere l’arruolamento dei giovani nell’esercito fascista repubblicano, concorso nell’organizzazione di rastrellamenti di cui al n. 1, lettera A), destinandovi a partecipare Commissari ed Agenti di P.S. da esso dipendenti e partecipandovi anche direttamente […].
3. Pucini Inigo, De Anna Michele, Ciabatti Vittorio, Lorenzini Pompilio, Scalone Sebastiano, De Santis Antonio, Faenzi Vittorio; De Santis Alfredo, Raciti Lucio, Forcelloni Omero, Gorelli Giacinto, Sbrilli Vincenzo, Gori Armando, Giannini Mario, Cinquemani Francesco, Ciacci Sestino, Santucci Anselmo, Marrini Miliano, Lorenzini Leo, Papini Dino, Nannetti Remo, Cipolli Lido, Mori Siro, Testini Giuseppe, Ceccantini Walter, Nardi Nardello, Nardi Sesto, per avere, il Pucini quale Podestà di Grosseto, il De Anna quale capitano della g.n.r., il Ciabatti quale Tenente della g.n.r., il Lorenzini Pompilio e lo Scalone quali commissari ausiliari di P.S. e gli altri quali sottufficiali e militi della g.n.r. o agenti ausiliari di P.S., partecipato al rastrellamento di Monte Bottigli (Istia d’Ombrone) di cui al n.1, lettera A) in cui fra altri soprusi e violenze vennero catturati e poi trucidati undici giovani renitenti alla chiamata alle armi disposta dall’illegittimo governo di Mussolini».
Per il rastrellamento di Monte Bottigli la Corte smontò la tesi difensiva degli imputati che sostenevano l’esclusiva responsabilità tedesca e trattò il caso come forma di collaborazionismo sia politico che militare, perché «l’azione aveva la finalità di assicurare mediante il terrore di sanguinose repressioni un maggior afflusso di militari a quell’esercito repubblicano voluto dai tedeschi a sostegno della loro azione contro gli alleati e l’esercito del governo legale».
La Corte osservò che la maggiore intensità dei rastrellamenti si verificò nei mesi di febbraio e marzo 1944, collegandoli alla campagne condotte dalle autorità locali della RSI per favorire l’arruolamento dei richiamati e degli sbandati dell’esercito, nonché per reprimere il movimento partigiano sempre più forte e organizzato. Per l’episodio di Monte Bottigli fu evidenziato lo svolgimento analogo a quelli del Frassine e di Monte Quoio: una prima fase con le vere e proprie azioni di rastrellamento condotte anche con azioni di fuoco, e un secondo momento dove i fascisti procedettero alle fucilazioni senza processo di coloro che erano stati catturati.
La Corte affermò la responsabilità unicamente italiana per la strage di Maiano Lavacchio, come dimostrato da numerose prove: le operazioni del rastrellamento furono dirette dai fascisti, che si presentarono a Casa Biagi, fecero prigionieri i due renitenti sardi e li costrinsero a condurli alle capanne di Monte Bottigli; i prigionieri che non furono fucilati rimasero in mano agli italiani; la fucilazione fu un atto di esecuzione degli ordini impartiti dal capo della provincia Ercolani; i tedeschi parteciparono solo alla prima fase del rastrellamento, poiché l’ufficiale e la maggior parte di essi fecero ritorno alla base prima di giungere alle capanne; nessun tedesco entrò nell’aula dove si svolse il processo; l’elogio per l’azione fu emanato da Ercolani, prova decisiva che il rastrellamento fu diretto e voluto dagli italiani.
Con la sentenza del 18 dicembre 1946 la Sezione speciale della Corte d’Assise di Grosseto condannò Maestrini, Pucini, De Anna, Ciabatti, Scalone, Del Canto, Raciti e Gori alla pena di morte mediante fucilazione; Ercolani e Scotti alla pena complessiva di anni 30 di reclusione (di cui 10 condonati condizionalmente); Lorenzini Pompilio alla pena complessiva di anni 26 di reclusione (di cui 8 anni e 8 mesi condonati condizionalmente); Barberini e Giannini alla pena di anni 6 di reclusione e lire 4mila di multa (di cui 5 anni e lire 4mila condonati condizionalmente) per reati non riguardanti il collaborazionismo. Furono assolti: Sbrilli, Cinquemani, De Santis Antonio e Nardi Sesto per non aver commesso i reati loro ascritti; Gorelli, Forcelloni, Santucci, Marrini, Nannetti, Cipolli, Mori, Testini, Ceccantini e Nardi Nardello per insufficienza di prove riguardo agli omicidi loro contestati; Faenzi per non aver partecipato al fatto. Nei riguardi di Pucci, Ciacci, Giannini e Lorenzini Leo non si procedette per estinzione di reato di collaborazionismo. Nessuna delle condanne a morte fu mai eseguita, mentre tutte le altre pene furono derubricate, condonate o amnistiate nei procedimenti successivi. Nel dettaglio:
Barberini Ennio, comandante della 98. Legione GNR, nel corso del “Processone” fu assolto con la formula del dubbio dalle imputazioni di omicidio e collaborazionismo e risultò condannato solo per reati minori (furto e peculato).
Ciabatti Vittorio, già tenente delle GNR, dopo la condanna a morte ottenne l’annullamento della sentenza da parte della Corte Suprema di Cassazione in Roma per mancanza di motivazione in ordine all’eccidio di Monte Quoio e all’uccisione del capitano Roderick a Monte Cucco. La Corte rinviò il giudizio alla Corte d’Assise di Perugia, che in data 18 febbraio 1949 lo condannò a 15 anni di reclusione, di cui 10 condonati. Nel 1950 presentò istanza di grazia insieme a Del Canto, ma il questore di Grosseto Cutuli ribadì che i familiari delle vittime si erano mostrati indignati per tale richiesta. Ciabatti fu scarcerato il 19 aprile 1952.
Ercolani Alceo, ex capo della provincia, ricorse contro la sentenza alla Corte Suprema di Cassazione in Roma, che sancì il rinvio a giudizio alla Corte d’Assise di Perugia, dove fu trasferito il 13 ottobre 1948. L’esito del ricorso fu una nuova sentenza, che nel febbraio 1949 lo condannò a 21 anni di reclusione, di cui 14 condonati. Fu scarcerato il 19 maggio 1950 per concessione della liberazione condizionale da parte del giudice di sorveglianza presso il locale Tribunale. Le notizie sulla sua vita in libertà continuano a registrare la sua presenza nelle cronache giudiziarie.
De Anna Michele, comandante della squadra d’azione “Ettore Muti”, condannato a morte in contumacia, si rese latitante e non fu mai arrestato. La condanna alla pena capitale fu commutata in quella dell’ergastolo dalla Corte Suprema di Cassazione in Roma (23 marzo 1948). La Corte d’Assise d’Appello di Perugia, con sentenza del 22 giugno 1955, confermò per De Anna la pena dell’ergastolo, ma il 29 agosto 1959 la Corte Suprema di Cassazione annullò senza rinvio tale sentenza, in quanto considerò il reato estinto per amnistia (art. 1 DP n. 460 dell’11 luglio 1959). Finì così la lunga latitanza del capo della spedizione di Monte Bottigli, che non scontò neppure un giorno di carcere e negli anni 60 risultava residente a Roma, dove continuava a svolgere la sua professione di medico.
Del Canto Alfredo, ex-milite della 98. Legione GNR, ottenne la commutazione della pena di morte in quella dell’ergastolo dalla Corte Suprema di Cassazione in Roma (23 marzo 1948). Successivamente la Corte d’Appello di Firenze tramutò l’ergastolo alla pena di 30 anni di reclusione (20 ottobre 1949). La stessa Corte diminuì la pena a 20 anni (declaratoria 16 gennaio 1951, in applicazione del DP 9 febbraio 1948, n. 32) e con declaratoria del 18 marzo 1960 dichiarò estinti per amnistia i reati di collaborazionismo ed omicidio a lui imputati (DP 11 luglio 1959, n. 460, art. 1, lett. A).
Gori Armando, ex-milite della 98. Legione GNR, si vide annullare la sentenza della Corte d’Assise di Grosseto (condanna a morte) dalla Corte Suprema di Cassazione in Roma (23 marzo 1948), che rinviò il giudizio alla Corte d’Assise di Perugia. Quest’ultima lo condannò a 15 anni di reclusione, di cui 10 condonati (18 febbraio 1949). Gori finì di scontare la pena nel carcere di Viterbo l’8 settembre 1949.
Lorenzini Pompilio, ex funzionario di PS, ricorse contro la sentenza del “Processone”. La Corte d’Assise di Perugia, in data 18 febbraio 1949, lo condannò per il reato di collaborazionismo ad anni 14 di reclusione (di cui 9 anni e 8 mesi condonati). A seguito dell’ordinanza della Procura generale di Perugia, fu messo in libertà per fine pena il 9 marzo 1949.
Maestrini Angelo, già comandante del Battaglione territoriale della 98. Legione GNR, condannato a morte in contumacia, fu quasi sicuramente fucilato dai partigiani nei pressi del campo di concentramento di Recoaro Terme (Vicenza) nel maggio 1945. La Corte Suprema di Cassazione in Roma commutò la pena di morte in quella dell’ergastolo (23 marzo 1948), mentre la Corte d’Appello di Firenze, nel 1952, convertì l’ergastolo in 30 anni di reclusione. L’Ufficio dello stato civile di Grosseto emise il certificato di morte di Maestrini solo il 22 gennaio 1955.
Pucini Inigo, ex commissario prefettizio di Grosseto, come Maestrini vide commutarsi la pena di morte in quella dell’ergastolo. Il 18 febbraio 1949 la Corte d’Assise di Perugia ridusse la sua condanna a 24 anni di reclusione, di cui 16 condonati. I familiari delle vittime di Maiano Lavacchio, interpellati dal Procuratore della Repubblica di Grosseto il 7 marzo 1950, espressero parere contrario alla sua liberazione condizionale. Pucini, a cui erano già stati condonati 2/3 più un anno della pena, sarebbe dovuto uscire di prigione il 27 aprile 1952, ma fu effettivamente scarcerato il 17 marzo 1951, per concessione della liberazione condizionale. Trasferitosi a Viterbo, continuò a fare politica attiva nel MSI.
Raciti Lucio, agente di PS e delatore, ottenne la commutazione della pena di morte in quella dell’ergastolo dalla Corte Suprema di Cassazione in Roma (23 marzo 1948). In seguito la Corte d’Appello di Firenze ridusse la sua condanna a 30 anni (20 ottobre 1949), prima del condono che portò alla sua scarcerazione il 21 gennaio 1952.
Scalone Sebastiano, commissario di PS, ottenne la commutazione della pena di morte in quella dell’ergastolo (Corte Suprema di Cassazione in Roma, 23 marzo 1948), successivamente commutata nella condanna a 30 anni di reclusione (Corte d’Appello di Firenze, 27 marzo 1952). La Corte d’Appello di Perugia, con ordinanza del 16 febbraio 1973, dichiarò estinto il reato, in applicazione all’art. 2 del DPR n. 332 del 4 giugno 1966. Scalone, che risulta latitante nel dopoguerra, fu quasi sicuramente ucciso dai partigiani a Roccastrada nei giorni successivi alla liberazione.
Scotti Liberale, ex vice questore, ricorse contro la sentenza alla Corte Suprema di Cassazione in Roma, che il 23 marzo 1948 la annullò per «difetto di motivazione in ordine alla partecipazione all’eccidio di Monte Bottigli» e rinviò il giudizio alla Corte d’Assise di Perugia, che in data 18 febbraio 1949 lo condannò ad anni 15 di reclusione, di cui 2/3 condonati. Lo Scotti ricorse in Cassazione anche per tale sentenza e il 23 giugno 1949 vide accolta dal Ministero di Grazia e Giustizia la sua domanda per la liberazione condizionale. Fu scarcerato il 7 novembre 1949.
Note sulla memoria (per maggiori informazioni vedi la sezione apposita): Per questa strage non possiamo parlare di una “memoria divisa”, essendo chiaro il suo svolgimento così come la responsabilità non tedesca ma unicamente fascista. Se le stragi e gli eccidi che colpirono i civili nella provincia di Grosseto si concentrarono prevalentemente nel corso della “ritirata aggressiva” tedesca (giugno 1944), in questo caso siamo nel marzo 1944 e l’episodio rientra nella volontà delle autorità fasciste locali di riaffermare il pieno controllo del territorio e reprimere ogni forma di dissenso, mediante il ricorso al terrore preventivo. A tenere viva la memoria di questa strage contribuirono l’immediatezza dell’inchiesta del CPLN, il desiderio di giustizia dei familiari, la partecipazione spontanea di numerosi testimoni alla stessa inchiesta e il coinvolgimento di diverse comunità della provincia, tra cui soprattutto quella del paese di Alfiero Grazi, Cinigiano. Nella memoria dei parenti, lo strazio s’accompagnò all’impegno dispiegato per accertare la verità sui fatti e aiutare la giustizia a trovare e punire tutti i responsabili. Dalla raccolta di testimonianze e indizi, emersero sospetti di complicità che si rivolgevano anche verso persone di Istia d’Ombrone. Sull’uccisione degli undici giovani ancora oggi permangono “segreti”, definiti tali da gente della zona, che continua a sostenere che c’è molto altro rispetto a quello che il processo sanzionò. Se ne ricava l’impressione che ancora permanga una tendenza a trovare in relazioni tra famiglie o persone vicine la causa prima e ancora da rivelare del fatto. D’altra parte, la guerra civile schierò uno contro l’altro vicini, parenti e membri della stessa famiglia, lasciando strascichi di rancori e risentimenti. La comunità che ne patì più di altre le conseguenze nel dopoguerra fu quella di Cinigiano. L’episodio che aveva dato inizio alla ricerca del più anziano degli uccisi, Becucci, si era verificato proprio in quel territorio. I sospetti di delazione o qualche coinvolgimento si appuntarono anche su fascisti del paese, essendo il padre di Grazi un noto antifascista. Testimonianza di donne, raccolte negli anni Novanta, descrivono un clima pesante, la colpevolizzazione della famiglia per aver influito sulla decisione del giovane Alfiero di darsi alla macchia e il rancore dei genitori, il perdurare a lungo di divisione nella comunità. Nell’insieme la costruzione di una memoria forte, alimentata con continuità alla gente di Grosseto e dalle stesse istituzioni, ha poi cristallizzato in un mito la storia dei martiri d’Istia. Se per le famiglie l’elaborazione del lutto ha avuto tempi lunghissimi, la memoria pubblica ha trovato le forme di una narrazione che il tempo non ha distorta, né privata del pathos iniziale. Cambierà solo l’immagine delle vittime: quelli che erano stati assimilati ai partigiani saranno in tempi più recenti correttamente identificati come renitenti e sbandati, dunque non combattenti. Essendo oggi la pace uno dei massimi valori, nelle commemorazioni ufficiali si esalta il loro rifiuto della guerra. Il mito ha poi prodotto elaborazioni artistiche, prima in forma popolare coi canti in ottava rima, poi con racconti, rappresentazioni teatrali e raccolte di testimonianze orali, che trattiamo nella sezione “Altro”.
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Ultimo aggiornamento dei dati: 2021-03-18 14:40:11
Vittime
Elenco vittime
- Becucci Mario, nato il 04/06/1906 a La Spezia, di professione decoratore, perseguitato politico. Di fede repubblicana, era un noto ascoltatore di Radio Londra e svolgeva attiva propaganda per convincere i giovani a non rispondere alla chiamata alle armi. Si era già distinto dopo la caduta del regime (25 luglio 1943) per una rissa coi fascisti in un bar del centro. In seguito all’armistizio, era sfollato a Cinigiano e fu protagonista di una forte contestazione contro una propagandista fascista, l’insegnante Grazia Licheri, giunta in paese per tenere una conferenza (27 febbraio 1944). Becucci fu strettamente vigilato dal segretario comunale di Cinigiano, che riferì su di lui al capo della Provincia e alla Questura di Paganico. Il 5 marzo 1944, una squadra armata di fascisti guidata dal triumviro del PFR grossetano, Silio Monti, perquisì e mise a soqquadro la sua abitazione presentando il mandato di arresto nei suoi confronti, ma Becucci riuscì a fuggire e a trovare riparo a Istia d’Ombrone, presso il cugino Roberto Nuzzi. In seguito a questi fatti, l’antifascista fu denunciato insieme ad altri otto cinigianesi alla Procura generale del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato per i reati di disfattismo politico, propaganda, apologia sovversiva o antinazionale e offesa all’onore del capo del Governo (18 marzo 1944). Il 19 marzo Becucci si recò al podere “Ariosti” della famiglia Biagi, il giorno dopo raggiunse gli altri renitenti nascostisi nella capanna di Monte Bottigli. Becucci, coi suoi 38 anni, era il più anziano delle vittime.
- Brancati Antonio, nato il 21/12/1920 a Ispica (Ragusa), maestro elementare iscritto alla Facoltà di Medicina, allievo ufficiale di fanteria, soldato sbandato del Regio Esercito. Brancati era uno dei tanti militari meridionali che, in seguito all’armistizio e alla dissoluzione del Regio Esercito, non riuscirono a ripassare le linee dei fronte per tornare a casa e finirono in larga parte per rifiutare l’arruolamento nel nuovo esercito della RSI, contribuendo in alcuni casi anche a ingrossare le file partigiane per la lotta di Liberazione. Insieme ad Alfonzo Passannanti, Brancati trovò riparo e ospitalità al podere “Sdriscia” della famiglia Matteini. Trasferitosi dal mese di marzo nella macchia di Monte Bottigli. Di lui rimane una prezioso documento, la lettera ai genitori scritta poco prima di essere ucciso, un testamento spirituale già pubblicato nelle “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” di Malvezzi e PirelliIl. La sua salma fu traslata a Ispica, con un solenne corteo funebre e una cerimonia presenziata dalle massime autorità. Nel discorso commemorativo, l’avv. Francesco Chioccon, primo presidente dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’Età contemporanea (Isgrec), dichiarò: «Antonio Brancati non è semplicemente una delle tante vittime delle avventure belliche del fascismo, ed è ben più che una vittima del dovere: egli è stato il testimone di una scelta di civiltà».
- Ciattini Rino, nato il 07/11/1924 a Grosseto, operaio, renitente alla leva. Di famiglia antifascista, si dette alla macchia nel gennaio 1944 e si unì agli altri renitenti di Monte Bottigli. Fucilato all’ “Appalto” di Maiano Lavacchio.
- Grazi Alfiero, nato il 26/08/1925 a Cinigiano (Grosseto), studente, renitente alla leva. Per non aver risposto alla chiamata alle armi, fu arrestato nel dicembre 1943, trasferito a Siena e in seguito deferito al Tribunale Militare di Firenze. Riuscito a evadere dal carcere fiorentino dopo soli 15 giorni di prigionia, tornò a Cinigiano e da lì riparò a Istia d’Ombrone, presso il podere della famiglia Guidoni unendosi agli altri “martiri d’Istia”. Dopo la Liberazione la salma ebbe solenni funerali a Cinigiano e fu sepolta nella cappella di famiglia, che fu affrescata dall’unico superstite di questa vicenda, il disertore tedesco della Wehrmacht (e pittore) Günther Frielingsdorff.
- Guidoni Silvano, nato il 01/01/1924 a Istia d’Ombrone nel Comune di Grosseto, studente di ragioneria, renitente alla leva, fucilato. Nascostosi a Maiano Lavacchio dopo l’armistizio, alla fine del febbraio 1944 si trasferì con gli altri ragazzi nella macchia di Monte Bottigli, dove fu catturato prima di esser fucilato. Secondo una testimonianza rilasciata da Frielingsdorff, pare che fosse riuscito a fuggire nella macchia nel corso del trasferimento al luogo del supplizio, ma si riconsegnò spontaneamente in seguito alle minacce dei fascisti di passare subito per le armi gli altri prigionieri.
- Matteini Corrado, nato il 17/10/1920 a Istia d’Ombrone nel Comune di Grosseto, commerciante di carni, soldato sbandato del Regio Esercito. Militare per quattro anni in Corsica e Sardegna, l’8 settembre si trovava a Livorno e decise di far ritorno a casa dei suoi genitori a Istia, dove vi restò fino agli ultimi giorni di febbraio 1944, quando si spostò per ragioni di sicurezza nella macchia di Monte Bottigli in compagnia del fratello e dei due soldati sbandati meridionali.
- Matteini Emanuele, nato il 12/12/1923 a Istia d’Ombrone nel Comune di Grosseto, maestro elementare, fucilato. Esonerato dal servizio militare, decise di trasferirsi nella macchia di Monte Bottigli per solidarietà col fratello Corrado. Fatto prigioniero nel rastrellamento del 22 marzo 1944, riuscì a scrivere l’ultimo messaggio alla madre – “Mamma: Corrado e Lele, un bacio” – nella lavagna della scuola dove si svolse il processo farsa.
- Mignarri Alcide, nato il 21/06/1924 a Istia d’Ombrone nel Comune di Grosseto, operaio, soldato sbandato del Regio Esercito. Verso la fine degli anni Trenta era stato aggredito da alcuni fascisti durante le istruzioni pre-militari, mentre nel 1942 subì un grave lutto familiare, perché il fratello Pietro morì durante la campagna di Russia. Lo stesso anno fu chiamato alle armi e incorporato nel 7. Battaglione di artiglieria di stanza a Pisa, dove rimase fino al giorno dell’armistizio. Deciso a non riprendere le armi per servire la RSI, tornò a casa a Istia e si unì poi agli altri giovani nascostisi nella macchia di Monte Bottigli.
- Minucci Alvaro nato il 16/10/1924 a Istia d’Ombrone nel Comune di Grosseto, renitente alla leva, fucilato. Dopo aver rifiutato la chiamata alle armi per il nuovo esercito della RSI, si dedicò ai lavori agricoli in vari poderi della zona, prima di passare alla “Sdriscia”, di proprietà dei coniugi Matteini, dove il padre aveva appaltato un lavoro. Si unì poi agli altri renitenti nella macchia di Monte Bottigli.
- Passannanti Alfonso, nato a Serre (Sa), il 28/9/1922, maestro elementare e studente universitario, allievo ufficiale del Regio Esercito, soldato sbandato dopo l’8 settembre 1943. Insieme a Brancati, Passannanti raggiunse la zona di Istia d’Ombrone e fu ospitato dalla famiglia Matteini nel podere “Sdriscia”. Dopo essersi rifiutato di servire l’esercito della RSI, si nascose con gli altri giovani renitenti e sbandati nella capanna costruita nella macchia di Monte Bottigli, dove fu catturato nel corso del rastrellamento del 22 marzo 1944
- Sforzi Attilio, nato il 07/02/1925 a Grosseto, studente di ragioneria, renitente alla leva. Rifiutato l’arruolamento nell’esercito della RSI su diretto consiglio della famiglia, di idealità antifasciste, si nascose prima presso gli Andrei a Maiano Lavacchio, amici della madre, e poi nella capanna di Monte Bottigli, dove fu catturato insieme ai suoi 10 compagni nel corso del rastrellamento del 22 marzo 1944. In onore alla sua memoria, un distaccamento della formazione partigiana “Alta Maremma” assunse il suo nome.
Elenco vittime civili 1
Matteini Emanuele.
Elenco vittime renitenti 5
Ciattini Rino.
Grazi Alfiero.
Guidoni Silvano
Minucci Alvaro.
Sforzi Attilio.
Elenco vittime sbandati 4
Brancati Antonio.
Matteini Corrado.
Mignarri Alcide.
Passannanti Alfonso.
Elenco vittime antifasciste 1
Becucci Mario.
Responsabili o presunti responsabili
Elenco reparti responsabili
Elenco persone responsabili o presunte responsabili
Alfredo De Santis
Alfredo Del Canto
Angelo Maestrini
Anselmo Santucci
Arceo Ercolani
Armando Gori
Dino Papini
Ennio Barberini
Francesco Cinquemani
Generoso Pucci
Giacinto Gorelli
Giuseppe Testini
Inigo Pucini
Leo Lorenzini
Liberale Scotti
Lido Cipolli
Lucio Raciti
Mario Giannini
Michele De Anna
Miliano Marrini
Nardello Nardi
Omero Forcelloni
Pompilio Lorenzini
Remo Nannetti
Sconosciuto Müller
Sebastiano Scalone
Sestino Ciacci
Sesto Nardi
Silio Monti
Siro Mori
Vincenzo Sbrilli
Vittorio Ciabatti
Vittorio Faenzi
Walter Ceccantini
Memorie
Memorie legate a questa strage
altro a Magliano in Toscana, Maiano Lavacchio
altro a Magliano in Toscana, Maiano Lavacchio
altro a Magliano in Toscana, Municipio
museo a Grosseto, Via de’Barberi 61
commemorazione a
commemorazione a
commemorazione a