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Procedimento | Corti d'Assise Straordinarie

Corte di Assise - Sezione Speciale - Bologna, sentenza non disp 01-09-47 del 1947-09-01

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Sezione 1 - Organo giudicante
Autorità giudiziaria: Corte di Assise - Sezione Speciale - Bologna
Composizione del collegio

Presidente: Luigi Chiarini
Consigliere: Luigi Giannuzzi
Giudici popolari: Ottorino Guidi, Aristide Ghermandi, Corrado Pazzaglia, Alberto Pierantoni, Ottorino Berarsi
Procura


N. fascicolo: Reg gen non disp

Sentenza: non disp 01-09-47
Data: 1947-09-01
Sezione 2 - Fatti contestati

  1. Tipologia: Delazione,Persecuzione politica,Rastrellamento,Repressione antipartigiana,Saccheggio
    Luogo: Monghidoro; Monzuno; Bologna; Casalecchio di Reno
    Descrizione: Imputati di collaborazionismo: il Fanti per avere appartenuto al Pfr e alle BBNN col grado di ufficiale, ricoperto la carica di reggente del fascio repubblicano di Monzuno e per avere in tali sue qualità collaborato con reparti dell’esercito germanico del quale vestiva l’uniforme: lo Scarani appartenuto al Pfr e alla Gnr col grado di capitano e per avere in tale sua qualità disimpegnato mansioni di ufficiale di collegamento tra il comando regionale dell’esercito della Rsi e i comandi dell’esercito tedesco, del quale vestiva l’uniforme. Entrambi per avere denunciato partigiani e indotto i comandi tedeschi a eseguire rastrellamenti nelle zone di Monghidoro, Vado e Monzuno, partecipando alle relative operazioni durante le quali vennero incediate le case: Rondelli, Collina, di Monte Venere-Acquafresca e Pilla di Cà Monzuno, e per avere inoltre in concorso con militari tedeschi proceduto all’arresto dei patrioti Domenico Calzolari, e dei fratelli Musolesi Gino, Pietro, Giovanni, Fernando, Amelia e Bruna, dei quali i primi 4 furono fucilati e il 5 inviato al lavoro obbligatorio e le ultime internate in Germania, per avere partecipato alla fucilazione del Domenico Calzolari e dei fratelli Gino Musolesi, Pietro Musolesi, Giovanni Musolesi, esguita il giorno 11 agosto 1944, sulla piazza del mercato di Monghidoro, da un plotone di esecuzione comandato dallo Scarani. Per avere torturato e schiaffeggiato Domenico Calzolari e i fratelli Musolesi, per avere provocato l’arresto di Augusto Zucchini, e che segnalarono alle squadre fasciste di azione di Bologna come persona in relazione con ebrei. Per avere denunciato alle autorità militari germaniche il patriota Musolesi Ubaldo che in conseguenza venne ucciso dai tedeschi il 10/10/1944 a Casalecchio di Reno. La corte osserva che alcune imputazioni non costituiscono reato e altre sono invece coperte da amnistia, ad esempio l’appartenenza al Pfr e alla BBNN ed essere stato reggente del fascio repubblicano di Monzuno (in realtà Fanti fu solamente milite e non ufficiale delle BBNN, mentre Scarani fu ufficiale dell’esercito repubblicano e non della GNR). Coperto da amnistia inoltre risulta la delazione di Zucchini come favoreggiatore di ebrei. Per tutte le altre accuse, per la loro gravità, devono invece essere giudicati. Fanti, cui tali accuse sono state contestate, si è difeso, dichiarando quanto segue: Il 13 luglio 1944 era stato catturato, insieme ad altri fascisti, dai partigiani della brigata Stella Rossa, comandata da Musolesi Mario, detto Lupo. Dopo dieci giorni fu rilasciato in libertà, ma fu fermato dai tedeschi che volevano avere notizie su quanto aveva visto nelle località battute dai partigiani, notizie che non aveva dato asserendo di essere stato bendato, sia all’andata che al ritorno. Era stato finalmente rilasciato in libertà, ed era andato ad abitare in casa di sua moglie a Bologna, quando una mattina del mese di agosto due militi delle SS germaniche si recarono a cercarlo e lo invitatorio a seguirli al loro comando in via S. Chiara. Andò ed ivi trovò il capitano Scarani che, come il solito, indossava una divisa di ufficiale tedesco con il berretto dell’esercito italiano, e che era ufficiale di collegamento tra il comando dell’esercito nazionale e quello germanico. Fu fatta indossare anche ad esso Fanti una uniforme da soldato tedesco, dopo di che insieme allo Scarani ad un maggiore germanico e un interprete, montò su di una automobile che li condusse a Ca di Romagnolo, sede di un comando tedesco. Sostarono ivi, qualche giorno, dopo di che si recarono a Cà di Giorgio, presso Monghidoro, ove già si trovava in stato di arresto Domenico Calzolari, detto il “barbierino” accusato d’aver istigato alla diserzione i soldati italiani che prestavano servizio presso le batterie contraeree tedesche. Dopo la mezzanotte proseguirono per Monzuno, e questa volta erano con loro circa un centinaio di soldati germanici. Giunta in paese la colonna si divise in due gruppi dei quali uno, e precisamente quello al quale esso fu aggregato, si diresse in contrada “Acqua Fresca” e fu dato proprio a lui l’incarico di condurre la colonna alla casa dei Musolesi, che di trovava in detta località, ma dovette ricorrere alle indicazioni di un certo Nannetti perché non era pratico dei luoghi. Seppe allora che, qualche giorno prima, erano stati uccisi, in quella zona, due tedeschi e che dovevasi fare una rappresaglia. La casa dei Musolesi fu incendiata, né lui pot+ impedire l’incendio e gli abitanti della medesima furono condotti a Monzuno, ove erano affluiti tutti i rastrellati anche quelli catturati dall’altro gruppo col quale era rimasto lo Scarani, e che aveva incendiato la casa Rondelli. La maggior parte dei rastrellati fu rilasciata in libertà, anche per il suo interessamento, i rimanenti furono condotti a Monghidoro, dove vennero interrogati. Anche qui perorò la causa di costoro e riuscì a farne liberare alcuni. I trattenuto furono giudicati da un tribunale, costituito da tedeschi che condannò a morte Musolesi Gino, Giovanni, Pietro e Domenico Calzolari. La fucilazione fu eseguita subito sulla piazza del mercato a Monghidoro, ed egli non vi aveva assistito, come non vi aveva assistito lo Scarani. In conclusione egli erasi limitato a far da guida al reparto che si era recato in località Acqua Fresca e l’aveva fatto in seguito ad un ordine, datogli dal Comando tedesco, al quale non aveva potuto sottrarsi. Aveva assistito passivamente senza poter fare nulla in loro favore, alla cattura dei Musolesi, ed all’incendio della loro casa. Aveva cercato di far rilasciare quanti più rastrellati gli era stato possibile, e quindi non aveva commesso alcuni dei fatti che gli erano addebitati. Non molto differente è la linea difensiva seguita dallo Scarani. Ha dichiarato costui che nell’agosto 1944 era stato fermato dai tedeschi i quali erroneamente aveva creduto che fosse un ufficiale dei Carabinieri, mentre in realtà apparteneva all’Artiglieria. Durante il suo arresto aveva saputo che i tedeschi in conseguenza della uccisione di tre loro militi, avevano deciso di eseguire una feroce rappresaglia a Monzuno, e cioè di fucilare trenta persone e di distruggere il paese. Aveva cercato di dissuadere il Comando germanico dall’eseguire tale rappresaglia, facendo presente che la popolazione di Monzuno era buona e mite e che i tre militi dovevano essere stati uccisi da elementi forestieri. I tedeschi non intesero ragione ed imposero a lui ed al Fanti che nel frattempo era sopraggiunto di andare con loro a Monzino, dicendo: “Voi verrete per riconoscere le persone non colpevoli”. Chiesero quindi l’autorizzazione al generale Giglio, comandante regionale per poterli aggregare alla loro spedizione, ed avendola ottenuta, costrinsero lui ed il Fanti a seguirli. Furono rastrellati un centinaio di persone, che furono portate nel cortile delle scuole di Monzuno, ove egli era sempre rimasto, insieme al maggiore tedesco, mentre il Fanti era stato costretto ad accompagnare il reparto che aveva arrestato i Musolesi. Egli cominciò subito a perorare la causa dei rastrellati e, fra le altre, anche quella dei detti Musolesi, ma i tedeschi tirarono fuori da una borsa un elenco che era stato trovato in un’automobile dei partigiani, e gli dissero che egli non diceva la verità perché in detto “ruolino” figuravano proprio i nomi dei Musolesi. Riuscì, col suo intervento, a far liberare subito 76 rastrellati. I trattenuti furono condotti a Ca’ di Giorgio presso Monghidoro, e lui ed il Fanti furono costretti a seguirli. Quivi rinnovò i suoi tentativi per far liberare quei disgraziati, ma vi riuscì solo in parte, e non fu possibile salvare i tre fratelli Musolesi, che confessarono d’essere partigiani. Negava di aver partecipato ad arresti, incendi, torture; negava di aver partecipato alla fucilazione dei quattro alla quale aveva assistito da circa ottanta metri di distanza; negava, infine, di aver indossato la divisa tedesca, di aver appartenuto alle SS. L’unica attività da lui spiegata in quella circostanza era stata diretta a salvare persone e cose e a far sì che la rappresaglia recasse alla popolazione il minor danno possibile. Queste sostanzialmente sono le fise dei due imputati che rimangono smentite però, almeno in parte, dalle deposizioni di testimoni e da documenti. Nei riguardi del Fanti sono notevoli le deposizioni rese da Musolesi Amelia e Briuna, da Dino Ristauri e Rino Benni. Risulta dalle dichiarazioni delle prime due che anche costui partecipò agli interrogatori dei rastrellati e che non aveva essere mosso dai migliori sentimenti verso i medesimi, se disse ad una di loro, e precisamente alla Bruna, annunziandole la sua deportazione: “Tu bai in Germania a piantare i radicchi”, ed effettivamente le due sorelle furono deportate in Germania. Ironia tanto più crudele, quella dei radicchi, quanto poco prima era stata incendiata la casa della ragazza ed era stato deciso, o stava per decidersi in modo così tragico la sorte di tre fratelli della medesima. Dalle deposizioni del Benni e del Ristauri risulta che il Fanti, contrariamente alle sue asserzioni, presenziò alla fucilazione dei tre Musolesi e del Calzolari circostanza quest’ultima che acquista speciale rilievo ove la si metta in relazione con alcune frasi di una lettera inviata dall’imputato al proprio fratello, lettere che trovasi in atti che porta la data del 30/11/1945 e che contiene, fra le altre, le frasi seguenti: “Non so se hai saputo della terribile avventura che capitò a me il luglio 1944. Ancora porto sulla schiena i segni di “quei giorni”, molti di quei “patrioti” hanno pagato cara la loro spiritosaggine. E mi sono vendicato, da solo. Che giornate quelle! Le più belle giornate della mia vita; il soddisfacimento d’un sentimento di vendetta è la più grande soddisfazione che un uomo possa provare”. Le parole sopra trascritte sono di una chiarezza tale che dispensa da qualsiasi commento; l’avventura capitatagli nel luglio, alla quale il Fanti allude, era la sua cattura, operata dai partigiani comandati da Musolesi Mario (Lupo), la vendetta era consistita, evidentemente, nell’arresto dei fratelli Musolesi, al quale aveva partecipato personalmente e nella loro fucilazione alla quale aveva assistito. Chè poi i tre Musolesi fossero partigiani lo ha detto lo Scarani, il qualche ha precisato che i loro nomi erano scritto sul “ruolino” capitato nelle mani dei tedeschi ed ha soggiunto che essi stessi avevano finito per confessarsi tali, ed è intuitivo che appartenessero al reparto comandato dal Lupo al quale dovevasi quella tale spiritosaggine cui allude la lettera, visto e considerato che tale reparto operava proprio in quella zona. Nel periodo istruttorio il Fanti, invitato a dare chiarimento in merito a quanto aveva scritto al fratelli, dichiarava che aveva buttato là delle frasi per pura retorica, senza dare importanza a quanto scriveva. Che di retorica nella lettera ce ne sia in abbondanza è vero, basta ricordare le frasi: “Sono un condannato a morte che non vuole morire”, “con Mussolini si va fino in fondo”, “L’Italia la farà Mussolini e nessun altro”. Ma non è ammissibile che, per retorica, si capovolgano addirittura i fatti e sentimenti e che chi era stato costretto ad assistere ad avvenimenti che avrebbe voluto evitare e che deplorava, si vanti poi, e per di più con un fratello, di avervi preso parte attiva e di aver gioito. All’orale dibattimento l’imputato ha dato un’altra spiegazione. Dopo al sua cattura da parte dei partigiani, ed il suo rilascio in libertà, esso ha detto, tanto i comandi tedeschi quanto el gerarchie fasciste dimostravano una certa diffidenza verso di lui. Avendo saputo che il capo della Provincia si recava nella località ove si trovava suo fratello Germano, appartenente al Battaglione Barberigo, aveva pensato di affidargli una lettera, diretta a detto fratello, naturalmente aperta, contenente frasi che rilevassero il suo ardente amore pel Duce e la sua dedizione alla causa fascista, con la speranza che il Capo della Provincia la leggesse. Tale giustificazione ha il difetto di essere tardiva ed artificiosa, perché il Fanti la tacque quanto il magistrato lo interrogò, nel periodo istruttorio, e gli fece specifica contestazione del contenuto della lettera, e perché non è verosimile che egli facesse sicuro affidamento sulla mancanza di educazione e di discrezione del capo della Provincia. Per quanto riguarda lo Scarani, ancor più numerosi sono i testimoni che hanno deposto contro di lui. Musolesi Amelia e Musolesi Bruna hanno dichiarato che anche lo Scarani interrogava i rastrellati e le seconda ha aggiunto che era stato proprio lui a dichiarare che alcune ore dopo l’arresto di suo marito, alle 2,30 di notte, si era presentato in casa sua lo Scarani il quale le disse che il Calzolari dopo 4 ore di interrogatorio non aveva voluto svelare i nomi ed i nascondigli dei partigiani, e che, se li avesse svelati lei, avrebbe salvato la vita di suo marito. Ha precisato che lo Scarani era in divisa tedesca e che scriveva su di un pezzo di carta l’interrogatorio che le faceva. Gentilini Bruno ha deposto che fu arrestato insieme a suo zio Calzolari Bruno, che fu interrogato dallo Scarani, in presenza del Fanti e di soldati tedeschi, il quale Scarani ad un certo punto, non riuscendo ad avere le notizie che desiderava; l’aveva minacciato con la rivoltella e gli aveva detto che gli avrebbe fatto fare la fine di suo zio, che era stato fucilato, cosa questa che non era vera perché, in quel momento, la fucilazione del Calzolari non era ancora avvenuta. Francesco Quadrio ha dichiarato che lo Scarani, parlando con lui, presente il Fanti, gli disse che era stato arrestato il Calzolari, cattivo soggetto e traditore della patria; che Monzuno era un brutto paese e che l’avrebbe pagata cara; che i Musolesi erano stati arrestati e sarebbero stati fucilati, che egli, per impietosirlo gli fece presente che uno dei Musolesi era padre di due bambini, sì che lo Scarani gli rispose che i due figli ce li aveva anche quando tradiva la patria. Ha soggiunto il teste che egli non conosceva l’imputato e che era stato lo stesso a qualificarsi pel capitano Scarani, ed a dirgli che l’altro, che era con lui, era Fanti Raffaele, reggente del fascio di Monzuno. Tossani Bruno, arrestato durante il rastrellamento ha dichiarato d’essere stato interrogato dallo Scarani ed uguale cosa ha deposto Ristauri Dino, Agli imputati sono state fatte anche altre specifiche accuse che però sono risultate infondate. Hanno dichiarato alcuni testi che tanto il Fanti quanto lo Scarani facevano parte del plotone che aveva proceduto alla fucilazione del Calzolari e dei Musolesi e che anzi, lo Scarani ne era stato il comandante (testi Agata Romagnoli, Raffaele Ferretti), ma il teste più attendibile, perché meglio di ogni altro poteva vedere, in quanto fu portato davanti al plotone per essere fucilato, ed all’ultimo momento fu risparmiato, Benni Rino, ha dichiarato che il plotone composto di soldati tedeschi, era comandato da un ufficiale tedesco. Uguale cosa ha dichiarato Ristauri Dino il quale ha detto che al momento della fucilazione Fanti e Scarani erano vicini a lui. Bassi Umberto ha deposto che il suo amico Venassi (o Benassi) Lorenzo ora deceduto, gli aveva detto che era stato presente all’esecuzione e che quando la medesima era avvenuta lo Scarani si trovava lontano dal plotone, in posizione laterale ed arretrata. Tali deposizioni, come si vede, sono precise categoriche e perciò decisive, ma, anche a prescindere dalle medesime, si potrebbe escludere senz’altro che il Fanti e lo Scarani avessero fatto parte del plotone d’esecuzione, perché è pacifico che questa era composto di soldati germanici ed è risaputo che i tedeschi non tolleravano che militi italiani si frammischiassero ai loro reparti, e tanto meno che ne assumessero il comando. Altra accusa specifica fatta allo Scarani è quella di avere percosso con uno schiaffo il Calzolari durante il breve tragitto dal carcere al luogo dell’esecuzione. L’accusa è formulata da tre testi; Calzolari Ernestina, Gnesini Carlo, Ferretti Raffaele. Dichiarava la prima all’orale dibattimento che si era affacciata alla finestra quando, sotto la sua casa, era passato suo zio coi tre Musolesi, tutti e tre con le mani legate dietro la schiena, scortati da soldati tedeschi, diretti verso il luogo dell’esecuzione. Aveva chiamato suo zio, costui si era voltato verso di lei ma lo Scarani, che gli era vicino, gli aveva dato uno schiaffo, e gli aveva ordinato di proseguire oltre. Soggiungeva che aveva riconosciuto perfettamente lo Scarani, che essa conosceva perché era solito lasciare la “macchina” vicina a casa sua. Interrogata dal S. Proc. Generale, in istruttoria dichiarava, invece, si tal punto: “Ho poi saputo da quelli del paese che l’ufficiale che diede lo schiaffo a mio zio era Scarani Luigi, che io prima di allora non conoscevo. Ferretti Raffaele in istruttoria non accennata minimamente a tale episodio, al dibatitmento dichiarava: “Vidi lo Scarani dare uno schiaffo al Calzolari mentre il figliolo lo chiamava dalla finestra”. Gnesini Carlo dichiarava in istruttoria “mi trovavo presente quando il cap. Scarani Luigi, che vestiva la divisa di ufficiale tedesco, “schiaffeggiò Calzolari Domenico che si era voltato ad una chiamata della nipote. Io seguii il Calzolari e i Musolesi fino al campo del Comune dove furono fucilati. Il plotone lo comandò lo Scarani, vicino a lui vi era il Fanti, “non so però, che cosa questi abbia fatto”. Al dibattimento il testimone ha detto “Ad un tratto una voce, l’Ernestina chiamò suo fratello. Essendosi questi voltato verso la voce, il capitano Scarani gli diede uno schiaffo. In testa al plotone di esecuzione vi era il capitano Scarani, ma io, quando lessi in un manifesto che erano stato condannati a morte me ne andai.” Ora, se si considera la grave, palese contraddizione in cui è caduta la Calzolari circa la conoscenza che aveva dello Scarani, se si considera che il Ferretti ul quale parla di chiamata fatta dal figliolo del Calzolari, è un povero deficiente, rimasto tale in seguito ad una meningite, se si considera che anche lo Gnesini si è contraddetto perché, mentre affermava in istruttoria d’aver seguito i giustiziandi sul luogo della esecuzione e d’aver visto che lo Scarani comandava il plotone di esecuzione (il che è rimasto escluso), ha detto al dibattimento che quando legge in un manifesto che si trattava di una fucilazione se ne andò subito, e non vide altro, si deve concludere che le dichiarazioni di siffatti testi circa il gesto vile ed infame attribuito allo Scarani sono assolutamente inattendibili. Nulla è risultato infine, a carico degli imputati, per quanto riguarda le torture che sarebbero state inflitte al Calzolari ed ai Musolesi e circa la fucilazione di Musolesi Umberto avvenuta in altro tempo ed in altra località. Ma anche sfrondando l’accusa da episodi e da particolari inesistenti, creati, come sovente accade dalla leggerezza, dalla suggestione, e talvolta anche dalla malafede dei testi, resta sempre provata la responsabilità dei due imputati in ordine alla fucilazione dei Musolesi e del Calzolari. Essi, infatti, quando si recarono a Ca’ del Romagnolo, ed a Monzuno coi tedeschi, che li avevano prescelti perché pratici dei luoghi, sapevano che dovevano partecipare ad una rappresaglia, stabilita dal comando germanico, in seguito alla uccisione di tre suoi soldati, e che quindi vi sarebbero state delle fucilazioni anche se non fossero stati identificati ed arrestati gli autori dei tre omicidi. Ciò nonostante andarono sul luogo ove la rappresaglia doveva essere effettuata, parteciparono agli arresti, agli incendi, agli interrogatori, in conseguenza dei quali furono scelte le persone che dovevano essere fucilate, e non c’è da meravigliare che così abbiano agito perché, essendo ambedue di fede fascista, investiti di cariche e gradi della RSI, dovevano considerare come nemici di guerra i partigiani ed i patrioti, e come alleato il tedesco invasore. Può essere che abbiano effettivamente cercato nei limiti delle loro possibilità, che la rappresaglia fosse meno grave di quanto i tedeschi avevano divisato, è risultato che alcuni rastrellati furono posti in libertà per il loro intervento, ma questo non esclude la loro partecipazione attiva alla rappresaglia, conoscendone a priori le inevitabili conseguenze, partecipazione che si concretava in una indiscutibile collaborazione politica. Di quanto sopra è detto si deve tener conto per stabilire l’entità della pena, come si deve tener conto, agli effetti della concessione delle attenuanti di alcuni atti di bontà e di generosità compiuti dal Fanti e dallo Scarani, riferiti dai testi Padovano, Querzola, Jacchia, ma non si può non giungere, per entrambi gli imputati ad una affermazione di responsabilità in ordine alla quadruplice fucilazione, che osta alla applicazione dell’amnistia. L’affermazione di reità degli imputati importa la loro condanna al risarcimento dei danni a favore delle parti lese, costituitesi parti civili danno per la liquidazione dei quali non si hanno elementi in questa sede. Per quanto riguarda la pena si ravvisa equo e conforme a giustizia infliggere ad entrambi gli imputati 12 anni di reclusione, diminuiti di un terzo per le attenuanti generiche. Raffaele Fanti ai sensi degli art. I del DLL 22.4.1945 n. 142; art. 62 bis CP; 58 Cpmg è colpevole e condannato a 8 anni di reclusione, e alle spese processuali. Luigi Scarani ai sensi degli art. I del DLL 22.4.1945 n. 142; art. 62 bis CP; 58 Cpmg è colpevole e condannato a 8 anni di reclusione, e alle spese processuali. Entrambi sono condannati al risarcimento danni a favore delle parti lese, costituitesi parte civile, da liquidarsi in separata sede, nonché alle spese ed onorari di costituzione, liquidate queste in lire 21.300. Visto l’art. 9 DP 22.6.1946 n. 4 riduce an anni 3 la pena della reclusione come sopra inflitta. I due imputati ricorrono in Cassazione. Il 16 febbraio 1948 la II Sezione della Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricordo degli imputati dichiarando condonata la pena residua e ordinandone la scarcerazione. I ricorrenti sono poi condannati a pagare la somma di lire 5mila ciascuno alla Cassa delle Ammende. Con sentenza 8 gennaio 1954 della Corte di Assise di Bologna, Luigi Scarani è riabilitato. Luigi Scarani chiede la revisione completa del processo e l’annullamento della condanna. La II Sezione della Corte Suprema di Cassazione con sentenza 22 ottobre 1962 rigetta l’istanza di revisione e condanna Luigi Scarani al pagamento di lire 100.000 alla Cassa delle Ammende.

Sezione 3 - Parti lese

Numero: 6
Elenco: Domenico Calzolari, Gino Musolesi, Pietro Musolesi, Giovanni Musolesi, Augusto Zucchini, Ubaldo Musolesi,
Uomini: 6
Costituite parti civili: si
Sezione 4 - Imputati

Raffaele Fanti

Luigi Scarani